- Kenofobia

Quello che noi chiamiamo spazio vuoto contiene un fondo immenso di energia e la materia come la conosciamo non è altro che una piccola eccitazione “quantizzata”, simile a un’onda, al di sopra di questo fondo...
Qui si suggerisce, quindi, che quel che noi percepiamo attraverso i sensi come spazio vuoto è in realtà il pieno, che è il fondamento per l’esistenza di qualsiasi cosa, compresi noi stessi.
Le cose che appaiono ai nostri sensi sono forme derivate e il loro pieno significato può essere colto solo quando consideriamo il pieno in cui esse sono generate e sostenute, e in cui devono infine svanire.

David Bohm


Io e Aristotele non ci siamo mai capiti. Se tento di fare il vuoto attorno a me, ho discrete probabilità di successo. Aristotele, magari ci metteva poca convinzione, non c'era proprio verso. Iniziava a far posto, creava un vuoto... niente, durava solo pochi istanti. Qualcuno o qualcosa si precipitava a colmare quel vuoto. Perciò, secondo Aristotele, la natura aborre il vuoto.

Aborre, chissà chi è che l'ha tradotto, così. Non era meglio “alla natura non piace il vuoto”, oppure “alla natura fa schifo il vuoto”?

Perché tu lo sappia, mi ha detto un amico molto sapiente, è stato scientificamente dimostrato che Aristotele aveva torto.
Ma va? Bisogna che lo dica al mio prof di filosofia delle superiori.
Prof, bisogna che gli dica, si metta l'animo in pace. È scientificamente dimostrato che Aristotele era un minchione.
E chi l'avrebbe dimostrato? mi domanderà.
Evangelista Torricelli, c'è bisogno che risponda. Evangelista Torricelli ha dimostrato l'esistenza del vuoto e, come primo corollario, che Aristotele era un minchione.
Ma lèvati, dirà il prof.

La natura non aborre il “vuoto torricelliano”. Gli piace. O comunque non gli fa schifo. Solo che dopo, un altro amico molto sapiente, anche più del primo, mi ha detto che è stato scientificamente dimostrato che il vuoto torricelliano non è del tutto vuoto. C'è della materia in mezzo. Anche se solo in minima parte.

L’universo è un po' come il vuoto torricelliano. Ci sono i pianeti ma è quasi tutto vuoto. Anche i pianeti, certi pianeti sono più vuoti che pieni. E quelli pieni, tipo la terra, sono fatti di materia che però, come tutti sanno, la materia è fatta per lo più di vuoto. Che anche lì, quel Democrito: prendi la materia, falla a pezzi, prendi l'atomo... vuoto, quasi tutto vuoto, c'è il nucleo e poi tutto vuoto.

La cosa più sconvolgente l'ho saputa da un fisico. Mi ha detto questo fisico che nella meccanica quantistica il vuoto viene descritto come un nulla attraversato da fluttuazioni energetiche. O qualcosa del genere. Il fatto sconvolgente è che queste fluttuazioni producono materia. Cioè, in definitiva, è come se il vuoto producesse materia. Perché il vuoto non è del tutto vuoto, come diceva il mio amico sapiente, sembra vuoto ma non lo è, è un ribollire di particelle, è un continuo creare e distruggere particelle. Solo che le particelle vengono create e distrutte a una tale velocità che si fa fatica a stargli dietro. Ecco perché il vuoto sembra vuoto anche se non lo è. Almeno non del tutto. È un serbatoio e dentro questo serbatoio c'è tutto quel che è stato, è, potrebbe essere. Una specie di dimensione nascosta in cui ogni centimetro cubo di vuoto contiene più energia di tutta la materia dell'universo.

Si può anche stimolarlo, il vuoto. Stimolare il vuoto significa, in un certo senso, aprire il serbatoio, creare, svelare la dimensione nascosta, esplicare ciò che è soltanto implicato. Secondo me, se uno ci pensa, questa dimensione nascosta ricorda da vicino l'inconscio collettivo di Jung. Tiro in ballo Jung perché mi piace moltissimo pensare al vuoto come ad un serbatoio di energia che, una volta stimolato, avvia un misterioso processo di esplicazione della coscienza dell'universo. Perché mi sembra interessante, da questo punto di vista, provare a smontare il concetto di vuoto come metafora del nichilismo.

Non so se Jung c'abbia mai pensato. David Bohm sì: in profondità, la coscienza del genere umano è una sola.

In oriente lo danno per scontato. Il vuoto, in oriente, è la condizione di possibilità di tutti gli eventi. Vuoto nel senso di massimamente pieno. Vuoto nel senso di concetto nascosto che si esplica con l'esperienza. E l'esperienza è la pratica del vuoto. E la pratica del vuoto è la condizione del vuoto produttivo nella mente e nel corpo.

Ora io, se ci penso, non lo so se sono pronto a fare questo tipo di esperienza. Non lo so. A me sembra di averci le carte in regola per fare un certo tipo di esperienza, ma la verità è che vivo in una realtà che non è pronta a digerire il vuoto. L'esperienza del vuoto, dove vivo io, provoca nevrastenie. La pratica del vuoto, da queste parti, diventa una patologia.

Per esempio, da wikipedia: la bulimia è un disturbo del comportamento alimentare, per cui una persona ingurgita una quantità di cibo esorbitante per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, ingrassare. Cioè chi soffre di bulimia si trova costantemente di fronte alla scelta fra pieno e vuoto. Allora in un primo momento divora il cibo per colmare un vuoto inaccettabile. Subito dopo però il cibo diventa un pieno anche lui intollerabile, un “altro da sé”, diciamo, che va eliminato.

E' come se questa società non sapesse fare esperienza del vuoto se non attraverso l'uso distruttivo del corpo. Invece il vuoto dovrebbe essere una condizione di possibilità, di potenzialità sempre sul punto di realizzarsi. Così chiunque potrebbe farne esperienza, digerirlo in tutta tranquillità e finalmente servirsi del corpo non per distruggerlo ma per usarlo in un modo diverso, per trasformarlo nel luogo in cui la dimensione nascosta, la coscienza collettiva, si manifesta. Oppure nel mezzo per raggiungere quella dimensione. A piacimento.

Il gesto è così importante proprio per questo motivo. Mica vero che non facendo nulla si ottiene il nulla, che restando fermi si evoca il vuoto. Questa cosa l'ho capita guardando un video in cui Antoni Tàpies esegue un lavoro stupefacente su due pannelli enormi.

L'arte, come sempre, arriva prima. In oriente e in occidente.

Io intendo scultura quella che si fa per mezzo di levare, ché quello che si fa per via di porre è simile alla pittura. (Michelangelo Buonarroti in una lettera del 1550).

L'arte, essenzialmente, non è nel contenuto (forse il grave fraintendimento dell'arte concettuale contemporanea) ma nel modo, o, se volete, nel contenuto metafisico. Nell'arte il gesto serve a togliere qualcosa, così come la cultura serve a togliere nozioni dal cervello. Accumulare nozioni non è cultura. Nell'arte il vuoto è l'essenziale, vale a dire ciò che non può venir meno, ciò che resta dopo che è stato tolto tutto quello che poteva essere tolto, il minimum, l'origine.

La perfezione si ottiene non quando non c'è altro da aggiungere, ma quando non c'è altro da togliere. (Antoine de Saint-Exupery)

Ottenere questa perfezione è una roba complicatissima. Anche solo avvicinarsi a questa perfezione... ci vuol proprio un genio, cioè un io senza enfasi. Perché per arrivare all'essenza dell'arte, al vuoto, per svelare la dimensione implicata, per lasciare solo quel minimo comun generatore, è necessario accettare un io a bassissima intensità, un io depotenziato. L'assoluto è più visibile nel vuoto come l'irrappresentabile è più visibile nel rappresentato. Che è imperfetto e inadeguato a simboleggiare il tutto... cioè il vuoto (da cui proviene).


Mauro

orletti@nopress.it

[12-06-10]